Raimondo Bultrini continua il suo racconto del viaggio in Tibet con Chögyal Namkhai Norbu nel 1988, arrivando a Derghe, negli altopiani, e a Galenteen.
Verso Derghe
Di ritorno in Asia dai ritiri in Giappone e Australia Rimpoche era passato da Hong Kong dove lo aveva molto colpito l’opulenza e la frenesia affaristica dell’isola che costituiva un modello della futura Cina, in attesa che scadesse nel ‘97 dopo 156 anni di governatorato la concessione al governo britannico con il ritorno sotto le leggi di Pechino. Il Maestro si domandava se per il Tibet fosse possibile seguire lo stesso modello previsto a Hong Kong di “Un paese due sistemi”, ma temeva l’impatto tra la sua gente di un modello di sviluppo industriale e commerciale basato sullo sfruttamento di ambiente e risorse.
La stessa mattina cominciata con la rumorosa radio-sveglia dell’albergo, un pezzo del corteo che ci aveva accolto all’arrivo sedeva sul pavimento nella nostra stanza e in quella di Sonam Palmo e Phuntsok. Avevano aperto per la colazione grandi sacchi di tela riempiti di

Raimondo Bultrini
Quella tazza dove si mischia tsampa e tè è un oggetto prezioso e tradizionalmente ogni tibetano ne porta una racchiusa in una tasca della chuba. Quella di Rimpoche era trasportata dalla sorella o dalla nipote e la mia stava infilata dentro la tasca interna di una giacca a vento e sarà preziosa lungo gran parte del percorso nelle aree meno abitate degli altipiani, assieme alla carne di yak secca che i parenti del Maestro avevano stagionato all’aperto nell’aria rarefatta delle montagne. Fu solo un assaggio, perché a pranzo Rimpoche era stato invitato dalle autorità del Sichuan a un pasto con banchetto zeppo di portate e dovette onorare mangiando il più possibile tra molti boccali di birra cinese. Era il primo incontro ravvicinato con le autorità statali che avrebbero dovuto dare il loro parere decisivo alle sue proposte di collaborazione pratica sul campo. Rallegrati da pietanze e bevande che comprendevano potenti liquori cinesi si spinsero a interrogare il Maestro sui suoi rapporti con il Dalai Lama e Rimpoche con franchezza disse che il leader in esilio non è un nemico della Cina come molti vogliono fare intendere, e spiegò loro il significato dei 5 punti politici dell’accordo proposto alla Cina da Sua Santità.
Gli disse che ognuno di questi punti è in linea con la Costituzione stessa delle Nazioni Unite, accettata anche dal partito comunista cinese, e che gli argomenti esposti andrebbero discussi invece di rifiutarli a priori. Ne potevano trarre giovamento tutti, aggiunse, e neanche la Cina poteva ignorare la necessità di una reale autonomia non solo per i tibetani ma anche per tutte le altre minoranze etniche. Concluse la conversazione – che si protrasse con diversi kampè / brindisi – dicendo che tra le sue principali intenzioni c’era quella di preservare la cultura e la lingua tibetana prima che le rapide trasformazioni la distruggano. Come avemmo modo di constatare nel corso del viaggio, stava infatti iniziando una colonizzazione dall’esito oggi sotto gli occhi di tutti. Bastavano a capirlo le immagini degli alberi tagliati trasportati da enormi Tir cinesi che incontravamo lungo le strade di confine e le centinaia di tronchi visti fluttuare lungo i fiumi scesi dall’Himalaya destinati alle grandi segherie cinesi.
Quella dell’88 fu la prima vera immersione piena di Rimpoche nei luoghi d’origine e della sua formazione di “tulku” o reincarnato. Al Maestro fu facile comprendere ciò che stava avvenendo in un paese che aveva lasciato prima della piena occupazione militare cinese trent’anni prima, mentre io potevo solo contare sulle mie letture di storia e sull’esperienza di due viaggi, uno giornalistico effettuati nei due anni precedenti a Pechino tra gli intellettuali e un altro come assistente di un gruppo in visita alle località turistiche del sud, sempre accompagnato da guide ufficiali.
Non sempre il Maestro aveva tempo di tradurre o parlarmi del tipo di persone e luoghi che incontravamo, ma fece del suo meglio usando la comune lingua italiana, oltre a cercare di insegnarmi le basi del tibetano grazie a un gioco per bambini, una serie di caratteri con la translitterazione occidentale di consonanti e vocali. Scrisse a mano una serie di bigliettini ripiegati con cura e messi in un borsellino tibetano e mi invitò a estrarne di tanto in tanto uno e memorizzarlo. Non feci ahimé molti progressi e questo isolamento linguistico pesò spesso sul mio umore, escluso dal percepire fino in fondo l’intensità del dialogo che si svolgeva quasi quotidianamente davanti ai miei occhi tra il Maestro e le migliaia di tibetani che venivano a incontrarlo dovunque ci trovassimo.
Lo precedeva la fama ancora viva dei suoi predecessori e maestri, ma anche come visto la stima degli studiosi del Tibet antico. A volte folle incalcolabili si radunavano fuori dalle case, dai monasteri o dalle tende che ci ospitavano per vederlo e sentirlo parlare, in gran parte per ricevere quantomeno una benedizione. Rimpoche ascoltava tutti e per chi lo richiedeva creava lì per lì piccoli oggetti di protezione, il più delle volte utilizzando le stesse kata ricevute come tradizionale offerta della ”mente pura”.
Un giorno, osservando dei nomadi al pascolo e scene di vita reale immutate nel tempo, Rimpoche ricordò una cosa che ci aveva colpito all’università delle minoranze di Pechino. Negli annessi locali dell’Istituto Nazionale dei Popoli Etnici c’era un piccolo museo dove tibetani, mongoli, uiguri e altre popolazioni antiche erano raffigurati con immagini e statue-manichini abbigliate coi loro costumi tradizionali con sullo sfondo un modello di una loro abitazione tipica. “È quello che rischia la cultura tibetana – commentò – ricordo di un popolo estinto come quelli dei vichingi e degli antichi egizi”. Rimpoche disse però che la fede nella religione e negli antichi insegnamenti non sarebbe scomparsa tanto presto tra la gente, visto che è rimasta pressoché immutata nei decenni di dominio comunista tra una vasta maggioranza dei suoi connazionali. Lo preoccupava più la sorte del movimento Rimed di unità tra tutte le scuole tibetane e l’aumento dei falsi maestri del dharma business, capaci – disse – di dividere la comunità dei praticanti e contaminare tradizioni e lignaggi antichi di secoli se non millenni, sia dentro che fuori dal Tibet.
Il potere politico e il popolo
Dopo diversi giorni di viaggio da Chengdu – capitale del Sichuan e punto di partenza delle comitive per il Tibet – raggiungemmo Derghe, capoluogo dell’omonima provincia dove Rimpoche è nato nel villaggio di Geug l’8 dicembre 1938 e ha studiato presso i maestri di varie scuole. Avevo lasciato il lavoro da giornalista del quotidiano del partito comunista italiano per seguirlo in quello che sentivo come un viaggio di svolta anche “ideologica”, ma fui piacevolmente colpito dal fatto che le stesse autorità rosse cinesi condividevano la stima verso il Maestro degli stessi studiosi e accademici. Il ricevimento di Rimpoche nella stamperia di testi buddhisti più antica di Derghe fu l’anticipo di ciò che ci attendeva in altri villaggi e province. Sembrava una scena uscita da un altro tempo, se non fosse stato per la giacca a vento del maestro decisamente in contrasto con gli abbigliamenti dei tibetani locali e le tonache amaranto dei religiosi che lo circondavano. File di monaci e genti comuni con le mani giunte erano allineate lungo l’intero percorso mentre sul tetto suonavano i lunghi corni rituali e nell’aria si diffondeva l’odore del sang di cipresso misto ad altre erbe aromatiche.

La stamperia di Derghe
Rimpoche mi spiegò che parte della libreria era stata distrutta e abbandonata durante la rivoluzione culturale, così come il monastero di Derghe Gonchen di tradizione Sakyapa dal quale dipendeva la stampa dei manoscritti. Qui avevano studiato e insegnato molti dei suoi zii e maestri, salvo sfuggire alle sue regole ferree e “commerciali” di cui tornerò a parlare. La stamperia ha mantenuto la sua fama e ora stava per essere restaurata con soddisfazione di pellegrini, studiosi e monasteri che commissionavano i testi dei canoni buddhisti e molti altri insegnamenti conservati clandestinamente durante la rivoluzione culturale, con matrici lignee spesso antiche di secoli. Quello stesso giorno nel salone delle assemblee del municipio di Derghe il Maestro era atteso dagli amministratori per un saluto ufficiale, ma si rivelò un lungo e informale incontro con quei funzionari che volevano sapere le sue sincere impressioni sul Tibet dopo tanti anni. “Avete fatto bene a ricostruire monasteri, librerie e templi – disse loro – ma sarebbe meglio ammettere in primo luogo che non aveva senso distruggerli. Penso che adesso sia importante creare le condizioni perché non si torni a distruggere facendo qualcosa insieme. Ma bisogna stare attenti a non mischiare le due culture. Per esempio tra gli amministratori della città ci sono oggi molti tibetani, ma negli uffici cinesi non possono continuare a parlare la loro lingua. Molto è già andato perso, e molto si perderà se una delle due culture si sovrappone o mischia all’altra”.

Il monastero Derghe Gonchen
Il nostro gruppo con in testa Rimpoche era stato fatto sedere vicino al sindaco e ai suoi consiglieri, accomodati in stile cinese sui divani disposti uno di fronte all’altro e divisi da un tavolo con le tazze del tè coperte da un tappo per mantenere il calore. Lungo una delle pareti erano appesi in fila i ritratti dei padri del comunismo da Marx a Engels seguiti da Mao e Deng Xiao Ping, l’uomo delle riforme economiche e delle prime aperture al mondo. Dall’altra, probabilmente solo per quell’occasione, erano state affisse figure delle divinità buddhiste.
Namkhai Norbu si rese presto conto di aver colpito la sua audience – non volava una mosca – su un punto sensibile del rapporto tra potere politico e popolazione. Doveva aver previsto questa circostanza perché accennò lì per la prima volta il suo progetto ai responsabili delle decisioni: costruire delle scuole per tibetani e in tibetano nelle aree dove è cresciuto e ha studiato a sua volta. Dopo l’incontro un alto funzionario del governo locale che negli anni cinesi era stato suo amico ci invitò a bere del vino a casa di una famiglia contadina e promise solennemente di dare una mano al Maestro per rendere pratiche le sue idee. Restò sorpreso quando la venditrice di vino chiese davanti a lui una benedizione al Lama venuto da lontano e il Maestro lanciò del riso nella stanza.
La sera di quel giorno intenso Rimpoche tornò in stanza soddisfatto delle promesse che aveva ricevuto anche da altri leader ma stanco, e gli impegni non erano finiti. Ho già detto che Rimpoche accettò il trattamento da “lama” consapevole della necessità di non deludere genti tradizionaliste compresi i suoi stessi parenti che lo hanno chiamato Rimpoche fin dal giorno del riconoscimento. Saputo infatti dell’arrivo di un tulku importante che fu discepolo di molti grandi Lama del monastero Sakyapa di Derghe Ganchen, folle di tibetani vennero a chiedere una benedizione affollando in silenzio anche il corridoio, sotto gli occhi increduli dei clienti cinesi. Accadrà molto spesso a ogni tappa del viaggio e il piccolo album di foto che Rimpoche portava con sé donato da vari praticanti occidentali con le sue immagini fu presto esaurito.
La presenza dei cinesi diventerà sempre più rara addentrandoci nel Tibet orientale a quel tempo ancora in parte incontaminato e senza troppi coloni, che erano raccolti solo nelle valli più miti, come i cercatori d’oro che incontravamo chinati con i loro setacci lungo i corsi d’acqua alla ricerca di petite e sabbie aurifere.
Al termine della faticosa giornata cominciata con la prematura sveglia e finita con la stanza affollata, Rimpoche fu così gentile da raccontarmi una storiella che collegai all’uomo torinese in cerca di benedizione corporale, un nostro fratello né tibetano né più nemmeno occidentale. “C’era una volta un pipistrello che voleva far credere agli uccelli di essere della loro specie. Vedete? Ho le ali, vado su e giù e dove voglio. Gli uccelli lo credettero e lo fecero volare con loro. Un giorno incontra dei topi e dice: Vedete? Sono proprio come voi. Guardate il muso, i denti. Ma venne il tempo che gli uccelli e i topi si ritrovarono nello stesso luogo dove tutti si accorsero che non era né topo né uccello e lui restò solo”. “Ora dormiamo”. Rimpoche spense la luce e prima di coricarsi mi ricordò un impegno importante. “Domani bisogna cambiare soldi”.
Quella con la valuta era una delicata operazione in un paese dove gli stranieri possono usare solo i FEC – check emessi dal governo a tasso elevato – che sono pressoché sconosciuti nelle regioni dove ci saremmo recati, dove si usavano solo i remimbi o yuan. A Chengdu erano giunti da vari continenti l’americano Alex Siedlecki (intenzionato a fare un documentario e attuale direttore del Museo di Arcidosso) Ady della comunità greca, giunta da Atene solo per incontrare il Maestro, Keng e Cheh (oggi insegnante di yantra e istruttore del SMS) da Singapore. Keng e Cheh come vedremo ci raggiungeranno successivamente anche nel Derghe e la loro presenza a Chengdu si rivelò provvidenziale per le traduzioni con i membri della gang di cambiamoneta. Ci fecero attendere in una camera d’albergo la telefonata che annunciava l’arrivo del drappello di uomini con il contante infilato sotto le giacche e dentro le borse. Fumavano ed erano molto nervosi perché volevano approfittare di noi, ma finimmo per concludere una buona transazione anche se riuscirono a rifilarci anche un pacco di banconote false. I pacchi di yuan erano così tanti che Rimpoche li lanciò in aria gridando “siamo ricchi!”

Da sinistra Rinpoche, Alex Siedlecki, Cheh Goh e Keng Leck. © 2021 Namkhai Collezione/MACO
Infatti, se non fossero stati destinati a tutte le donazioni fatte nei luoghi sacri e in quelli non proprio profani dei villaggi dove sarebbero sorte scuole e ospedali, avrebbe fatto ricca più di una famiglia tibetana per il resto della vita.
Verso l’altipiano
L’11 maggio, un mercoledi lasciammo il gruppo degli stranieri che non avevano potuto ottenere i permessi e iniziammo tra villaggi cinesi allora poverissimi il tragitto verso l’altipiano tibetano. C’era un blocco stradale all’inizio della prima strada d’accesso ai monti Qionglai e sostammo una notte nella cinese Ya‘an, dove il Maestro era già stato quando venne eletto come delegato dei monasteri del Tibet orientale per partecipare alla cerimonia d’inaugurazione dell’autostrada Chengdu Lhasa. Disse che a quel tempo l’idea di portare un pò di progresso a un paese isolato per millenni contagiava molti giovani e che anche il Dalai Lama tentava di ottenere un accordo con le autorità comuniste per una forma di sviluppo controllato, come quello che esporrà di nuovo molti decenni dopo nei suoi 5 punti di pace.
Mentre attendevamo inutilmente l’apertura della strada avevamo notato una vecchia contadina che vendeva uova sode da un cesto di vimini. Rimpoche ne comprò per tutta la comitiva e presto giunsero altre contadine senza la stessa fortuna perché rientrammo in città per attendere la riapertura del mattino. La vicenda delle uova fece tornare in mente al Maestro quello che era accaduto all’arrivo delle prime truppe cinesi nel Tibet orientale. “All’inizio i soldati erano molto gentili, per esempio compravano le uova a un prezzo anche superiore al loro valore e si facevano ben accogliere dalla gente aggiustando strade e pagando il cibo in preziosi yuan. Purtroppo quel periodo non durò a lungo e presto mostrarono un volto molto più duro e si fecero odiare da tanti”.
Attraversati i primi rilievi della catena tibetana giungemmo a Kanding dove Rimpoche aveva molte conoscenze tra i suoi ex studenti cinesi e tibetani degli anni ‘50. Prima degli incontri ufficiali, vennero a prenderci per andare alle terme d’acqua sulfurea dove da giovane il Maestro amava immergersi quasi ogni giorno tra una lezione e l’altra, un godimento unico per tutti noi. In quei giorni i professori della locale università organizzarono affollate conferenze e aiutarono a organizzare i nostri spostamenti nel “vero” Tibet.
Il mattino della partenza, il 14 maggio, Rimpoche ebbe un sogno. Eravamo giunti in un paese di montagna dove la gente parlava una lingua sconosciuta. Io guidavo la vettura con la quale avevamo viaggiato fin lì e nel sogno immaginò di essersi allontanato a piedi dallo slargo dove eravamo posteggiati. Al ritorno non trovò più né l’auto né il gruppo e iniziò a cercarci chiedendo indicazioni ad alcune persone che però non lo capivano. A un certo punto imboccò un sentiero con diversi sipari e si ritrovò in un paese bellissimo. “Mi ero dimenticato di essermi perso” disse divertito.
Nella dimensione reale la jeep prese a salire tra panorami che mutavano radicalmente man mano che incontravamo le prime abitazioni in stile tibetano e i primi yak. Oltre la città di Garze già a maggioranza tibetana affronteremo il passo più alto di tutti, il Chola Shan. Rimpoche mi disse che per costruire quella strada che sfiora i 6.000 metri morirono molti operai sia cinesi che tibetani e ora molte delle risorse dal Tibet viaggiavano su autotreni attraverso quel serpente d’asfalto che vedremo snodarsi attraverso tornanti incantevoli e valli visibili sotto di noi attraverso larghi strapiombi.
C’erano tutti i segni della proliferazione di opere pubbliche sempre più mastodontiche e invasive che avrebbero snaturato per sempre il panorama tibetano e non facevamo che incontrare autotreni e camion con rimorchi carichi di legname specialmente di pino e abete sottratto a monte. Oggi tutti sappiamo gli effetti di quel disboscamento, comprese le alluvioni nelle città cinesi sempre più violente anche a causa dello scioglimento dei grandi ghiacciai per l’effetto serra.
Il Maestro osservava tutto con occhi severi e lungo il tragitto della nostra jeep carica di persone e bagagli mi raccontò una storia paradossale che era capitata ai vecchi amministratori locali di un villaggio del Derghe prima dell’occupazione. Disse che una compagnia famosa in Giappone per i suoi stuzzicadenti morbidi e resistenti aveva offerto di acquistare certi alberi della loro foresta per produrli in loco, utilizzando solo il nucleo del tronco e buttando il resto. Per fortuna i capi locali capirono che in cambio di qualche yen non valeva la pena distruggere un ambiente poi difficile da ricostruire. Ma da più di 60 anni ormai le decisioni non spettano più alle genti tibetane e gli scempi continuano.
La antica storia di Galenteen o Galingteng
Prima di raggiungere Galenteen dove avremmo fatto base per numerose spedizioni nelle aree più remote e sacre del pellegrinaggio, Rimpoche mi raccontò dello zio abate Khyentse Wangchuk, considerato reincarnazione del Maestro dei Maestri Chökyi Wangpo, entrambi tertön (scopritori di tesori spirituali nascosti) e yogi popolari in tutto il Tibet dell’Est e oltre. Restarono chiusi per anni in ritiro solitario in eremi e grotte su picchi che il Maestro mi indicava fermando l’auto per offrire kata in direzione dei luoghi dove ricevette da loro insegnamenti preziosi, e dove praticò a sua volta tra insenature nascoste delle montagne. Ci eravamo già inoltrati nel Derghe da qualche ora quando, all’altezza di un incrocio di tre vallate sormontate da vette impervie, offrì dei fiori gialli che crescevano in quella stagione e somigliavano a tulipani. Si rivolse a una montagna dalla punta arrotondata, dove – mi disse – praticò d’estate e d’inverno un altro zio, lo yogi Togden Ugyen Tendzin, che raggiunse lo stato del corpo di luce, a quanto pare lasciando con un palmo di naso le guardie comuniste che sorvegliavano la sua casa di ritiro.
Nella biografia del Togden magistralmente tradotta da Adriano Clemente ho ritrovato un dettaglio significativo per capire con quale determinazione questi maestri perseguissero la via dell’Ati. Conoscevo la leggenda di Milarepa che gettò il suo unico possedimento, una ciotola per mangiare le ortiche selvatiche, e Rimpoche racconterà ne “Il corpo di luce” la storia di quando una ricca famiglia locale offrì al Togden un abito di pelle di pecora foderata di pelliccia per i suoi gelidi eremitaggi e lui la barattò con una certa iscrizione sacra su pietra per la protezione degli esseri.
Quei luoghi impervi protetti talvolta solo da assi di legno erano per il giovane Norbu e lo zio anche palestre di Yantra yoga, che il Togden aveva appreso da Adzom Drugpa in quanto uno dei discepoli più vicini. Chi conosce la storia dei lignaggi sa che Drugpa è stata la precedente incarnazione di Namkhai Norbu. Proprio allo zio Togden furono affidati dal Lama morente lo scialle a strisce bianche e rosse, il campanello e il Vajra destinati al suo successore. Tentando di immaginare questo rapporto di Maestro e discepolo alternato attraverso numerose generazioni di saggi, osservavo in lontananza dalla strada i loro luoghi di ritiro ma non potevo capire – ignorando gran parte delle vicende rese pubbliche dal Maestro nelle sue dettagliate biografie – nemmeno il ruolo storico che svolsero al loro tempo questi lignaggi dei tulku di monasteri anche importanti, che rompevano apertamente regole imposte dalle proprie stesse amministrazioni. Molto yogi consapevoli delle degenerazioni causate dai soldi si rifiutavano di elargire a comando un tot di insegnamenti e benedizioni al giorno a monaci e devoti.
Comprendevo però appieno il privilegio di studiare con un praticante della via di autoliberazione discepolo diretto di questi tulku solitari, che spesso trasmettevano da bocca a orecchio le istruzioni solo a uno studente. Devo premettere che mai una volta Rimpoche ha pronunciato per il mio solo udito mantra speciali, tranne l’invocazione di Manjushri “Om arapatza nadi hum phet” dopo che gli avevo chiesto come potessi aumentare la mia scarsa intelligenza. (“Puoi provare”, disse sorridendo). Ma lo stargli accanto, osservarlo nei suoi gesti ordinari e negli straordinari effetti dell’energia che trasmetteva attorno, era un insegnamento costante e non scritto. Durante le lunghe conversazioni in tibetano e cinese con gente comune, alti lama, funzionari politici e intellettuali, la sua voce era per le mie orecchie come un mantra che talvolta diventava una ninna nanna e mi appisolavo in pubblico, con grande imbarazzo di Rimpoche. A proposito di presenza nella contemplazione….
Ci fermammo in due tappe a Galenteen e non conoscevo la biografia del Khyentse già scritta due anni prima dal Maestro, poi da lui aggiornata e tradotta nel ’99 da Enrico dell’Angelo con il titolo La lampada che rischiara le menti ristrette. Scoprirò quindi solo più tardi il senso di molte cose che in quei giorni Rimpoche mi disse ma non capii, o non memorizzai subito nel bloc notes, ma sono tornate vivide grazie a esperti tibetologi come Enrico e Adriano Clemente che hanno trascritto con precisione le storie narrate loro dalla stessa fonte su quegli yogi fuori dal comune e sui luoghi dove nacquero.
Percepii comunque con tutti i sensi la devozione colorata e intensa dei cavalieri nomadi scesi nella strada provinciale da Galenteen a darci il benvenuto offrendo il primo impatto visivo con le genti delle valli isolate. C’erano uomini dall’aspetto primordiale abbigliati di pelli, volti colore di certe sabbie rosse degli altipiani e capelli cresciuti senza aver mai visto una spazzola e spesso neanche acqua. Ci cavalcavano al fianco fieri e felici come bambini gridando mantra propiziatori, agitavano e lanciavano nell’aria kata muovendosi di qua e di là sul dorso del loro animale come nei film degli indiani d’America, circondati di vette innevate e l’aria rarefatta come cristallo.
I nomadi del distretto di Changra dove lo zio abate costruì il monastero attorno al quale si svolge ancora oggi la vita religiosa dei suoi discepoli, avevano raggiunto la strada che collega la valle al capoluogo Derghe per dare ricevimento degno al celebre nipote del loro maestro, l’uomo che ha dato i natali a un altro successore del lignaggio, suo figlio Yeshe Silvano Namkhai, riconosciuto dallo stesso Karmapa come tulku di Khyentse Wangchuk. Yeshe visiterà il monastero e i villaggi molti anni dopo, accolto con festeggiamenti perfino più lunghi ed elaborati di quelli che Galenteen aveva organizzato per il periodo di permanenza del Maestro.

La cerimonia sang a Galenteen dopo l’arrivo di Rinpoche
Nella ripida salita la nostra jeep guidata da un autista tibetano stupito a sua volta dell’accoglienza, i loro animali ci superarono in velocità con un corteo che sembrava non avere fine di uomini dai lunghi capelli intrecciati di corde rosse dell’etnia kham e di altri gruppi di ceppo tibetano. Sostammo in una radura verdissima dove un folto gruppo di monaci aveva acceso le erbe del sang e ci venne offerto un piatto di dolci e caramelle assieme al tè al burro che dividemmo con frotte di bambini accompagnati da donne abbigliate in abiti tradizionali con piccoli e grandi turchesi o altre pietre nei capelli. Finalmente raggiungemmo la prima destinazione del tempio nel cuore del villaggio a proposito del quale Rimpoche aveva avuto già due sogni durante il viaggio. Vide le iscrizioni originali, che ritroverà nella realtà, di molto anteriori a quelle delle tre tradizioni scolastiche Sakya, Kajugpa e Nymagpa che si erano alternate in quel luogo di pratica da almeno 11 secoli.
Galenteen o Galingteng venne fondato dal leggendario Lhalung Palgyi Dorje, discepolo diretto di Padmasambava, considerato un eroe perché uccise con uno stratagemma geniale il re Langdarma divenuto acerrimo nemico del buddhismo Vajrayana. Galing e la valle di Lhalung furono per molti anni il suo rifugio sicuro dai soldati del re che lo cercarono ovunque, e qui si dice ottenne in solitudine il corpo di luce.
Rimpoche mi raccontò i dettagli mentre attraversavamo la valle che prende il nome proprio da quel famoso discepolo del grande esorcista dell’ottavo secolo responsabile della diffusione del buddhismo tantrico in Tibet e diventerà la base di alcuni dei progetti di ASIA. “Si dice che Palgy Dorje – spiegò – aveva imbrattato il suo cavallo bianco con del carbone e indossò un mantello nero a due facce per raggiungere l’accampamento del re nel Tibet occidentale. Appena scoccata la freccia al cuore del sovrano attraversò un fiume dove lavò il cavallo e ribaltò la giacca sfuggendo alle ricerche dei soldati che cercavano un cavaliere nero, dirigendosi poi proprio in questa valle”.
Visiteremo presto Lhalung, distante parecchie ore a cavallo dalla residenza dello zio Khyentse. La famiglia di Rimpoche ed io eravamo ospiti della casa su due piani con le finestre e i pavimenti in legno costruita mezzo secolo prima per l’abate che da lì si spostava in ritiro anche in località più vicine come quella di Giawo e altre, vicine ai luoghi dove visse Palgyi Dorje. Una di queste grotte o eremo fu visitata dal maestro nei giorni seguenti assieme a Cheh durante la sua permanenza a Galen. La casa residenziale del Khyentse era un alloggio semplice e come il resto del villaggio non aveva elettricità, così che dipendevamo da candele di fabbricazione cinese purtroppo di cattiva qualità che bruciavano di lato e in fretta lasciandoci presto al buio.
La parola Galen vuol dire “togliere la sella”, ma si riferisce anche alla sillaba del nome di famiglia di un altro saggio celeberrimo che vi si fermò all’inizio del XIV secolo di nome Ga Anyen Tampa, discepolo diretto di Sakya Pandita e maestro spirituale di un imperatore mongolo. Fu qui che Ga “tolse la sella” per fermarsi a lungo prima di tornare a corte. Ma è al discepolo di Padmasambava che si deve la nascita del gar, o luogo spirituale noto col suo nome, affidato per molti anni prima della rivoluzione alla guida del Khyentse che aveva predetto i fatti a venire a causa del clima di divisione che si andava creando tra gli stessi amministratori del suo labrang e in molte famiglie.
Nella stanza rivestita di legno con la stufa di terracotta della casa di Chokyi Wangchuk giunse – oltre a Cheh – anche il suo connazionale di Singapore Keng Leick (esistono suoi video su youtoube). Rimpoche sedeva spesso sul letto a parlare con noi continuando a preparare medicine e pillole di chudlen, oppure a lavorare le sciarpe kata e corde di protezione che avrebbe distribuito alle centinaia di persone attese ogni giorno nella casa, sempre affollata per sentirlo parlare o ricevere benedizioni. Le kata sembravano prendere vita sotto le sue dita dopo averle intrecciate e autenticate con un mantra prima di distribuirle alla fila di persone in attesa. Molti ne chiedevano una anche per i figli (nelle zone nomadi ne avevano una media dai 3 ai 5), per gli yak o i cavalli, perfino per “proteggere” le nuove macchine che erano state inventate per cagliare più facilmente il burro.
Tranne la settimana di influenza che debilitò il maestro costringendolo a restare il più del tempo a letto, a Galenteen le giornate si susseguivano placidamente con visite di gente comune e autorità, insegnamenti del maestro ai nomadi e passeggiate lungo il fiume. Spesso mi recavo a ridosso del tempio dove gli abitanti avevano raccolto insieme le pietre scolpite coi volti delle divinità e le sillabe dei mantra che erano state rubate durate la rivoluzione culturale, un luogo di pace e silenzio. Il villaggio si animò alla vigilia di una grande cerimonia di iniziazione della Lunga Vita di Avalokitesvara e i prati attorno alla casa del Khyentse si riempirono di tende. C’era un affollamento mai visto prima e giunsero venditori ambulanti, yogi solitari, monaci e monache usciti dai loro ritiri e perfino un paio di camion, uno con l’accensione a manovella e l’altro carico di birre che vennero letteralmente saccheggiate.

La folla di nomadi presenti all’iniziazione di Avalokitesvara a Galenteen
Rimpoche preparò assieme alle protezioni centinaia di medicine del chülen da distribuire durante l’iniziazione e le autenticò. Al mattino successivo nell’area attorno alla tenda-gönpa che avrebbe ospitato gli officianti del rito giunsero altre centinaia di persone e ne potei calcolai a spanna più di 1.500 considerando che alla sera le pillole del chülen erano andate esaurite. Venivano da villaggi lontani anche tre giorni a cavallo, richiamati dalla notizia propagata in poco tempo di valle in valle della cerimonia nel luogo sacro del venerato Khyentse celebrata dal nipote prediletto. Presto cominciarono le danze di leoni delle nevi, i cori e canti tradizionali religiosi e – più popolari di tutte – le canzoni folcloristiche basate sulla vita del “Re Artù” tibetano, il principe Gesar considerato emanazione di Padmasambhava. Ne registrai alcune ma temo siano andate perse. Rimpoche ne conosceva diverse a memoria come tutti i bambini tibetani, ma crescendo ha riletto da studioso gran parte dei 50 volumi delle sue storie trascritte. Quella sua conoscenza dei canti e le danze tradizionali porterà per quanto credo alla contagiosa passione per la khaita.

L’altare per la cerimonia di Avalokitesvara nella tenda-Gönpa di Galenteen
Pensando alla gran quantità di materiale letterario e storico che aveva raccolto negli anni, quella sera Rimpoche mi parlò di una tecnologia che diventerà più sofisticata, pratica e diffusa vent’anni dopo. Avrebbe voluto catalogare e riprodurre in microfilm – disse – i tanti libri antichi ricevuti in dono e quelli della biblioteca Shang Shung di Merigar. Intuiva che presto sarebbe stata un’operazione più facile, come avverrà, non con le pellicole, ma grazie agli scanner dell’era digitale appena agli inizi. Al mattino, durante una danza delle maschere di Yamantaka per propiziare la classe di esseri Tsen signori celesti di Galen, giunsero diverse jeep con le autorità politiche del capoluogo Derghe, e non era appropriato proseguire con quella parte della cerimonia religiosa.
Il loro arrivo del resto era molto importante per il villaggio e furono invitati a una grande colazione sotto una delle tende più belle dell’accampamento. I boss dissero che avevano già discusso nel consiglio del distretto che comprendeva Colondon (o Korondo, nella Valle sacra di Lhalungar dove ci recheremo presto) le sue proposte di scuole, ospedali e servizi sociali per i nomadi e le avevano trovate “fantastiche”, come mi tradurrà soddisfatto Rimpoche confermando le aspettative del clima conviviale di quell’incontro al quale parteciparono i monaci e il capo del monastero.

I monaci indossano abiti da preti Bon durante le Danze a Galenteen
Dopo una nuova serie di danze basate sul mito della rivalità tra un re buono e uno cattivo condotte dai monaci con impressionanti maschere di cartapesta, iniziò la cerimonia vera e propria e Rimpoche si cambiò d’abito per indossare le vesti rituali del suo zio Abate, come ho già raccontato. Finita la prima parte delle consacrazioni nella tenda-gompa sempre più circondata di persone, il locale lama che assisteva il maestro girò tra la folla toccando tutti sulla testa con l’immagine di Avalokiteshvara mentre i monaci distribuivano le pillole del chülen agli adulti.
Lo stesso affollamento ci fu il giorno dopo anche se stavolta il rito era anticipato da una gara di cavalli, una vera passione popolare. Rimpoche era stato fatto salire su uno dei campioni che avrebbe poi vinto la prima corsa e l’eccitazione della gente attorno che voleva toccarlo lo fece imbizzarrire, per fortuna senza conseguenze. Il percorso delle gare passava sotto alla nostra finestra e ci furono anche una corsa podistica e una di biciclette, vecchi modelli cinesi pesanti. Infine si disputarono le finali con i cavalli vincenti. Alla fine Rimpoche conterà 7 vittorie dei cavalieri locali (sono famosi in tutta la regione disse) e due dei forestieri. “Qui c’è un’antica tradizione e i fantini sono molto forti” disse con orgoglio.
Nei giorni successivi il maestro decise di trasmettere a monaci e laici che ne fecero richiesta il “lung” del libro dei tun, le pratiche spirituali della comunità, e durante l’intera recitazione un vecchio lama che era contemporaneo del Khyentse mi tenne strette le mani sorridendo con gli occhi ammalati di cataratta. Nelle settimane precedenti, approfittando della permanenza di Cheh, Rimpoche fece insegnare ai presenti l’armonia del canto del Vajra e ai monaci gli 8 movimenti dello yantra, sebbene impacciati nei loro lunghi abiti religiosi. Al termine delle cerimonie e della festa per l’iniziazione di Avalokiteshvara Rimpoche trasmise a una cinquantina di anziani la pratica del Powa e al termine una vecchissima donna in lacrime gli dirà che prima di morire avrebbe voluto vedere a Galenteen suo figlio Yeshe, incarnazione di Khyense Wanghuk del quale era stata discepola fin da bambina.
Continua
La prima parte può essere letta qui.
La seconda parte può essere letta qui.
Un gruppo di pellegrini arrivati per asssistere alle cerimonie di Galenteen
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