(Yogi, yak e yeti nella città italiana di Formia, in riva al mare)


John Shane

Proseguono i festeggiamenti per il 40° anniversario della pubblicazione di “Il cristallo e la via della luce: Sutra, Tantra e Dzogchen”. (1986-2026) (1986-2026)

“Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato». William Faulkner

Mentre mi stavo riprendendo, nella mia vecchia casa colonica in Toscana, a 20 minuti di auto giù per la montagna da Merigar, dalla crisi di salute che ho attraversato all’inizio di quest’anno, ho iniziato a sfogliare le numerose scatole di vecchie fotografie che conservo qui, alla ricerca di immagini da utilizzare per illustrare un articolo sui mesi durante i quali – oltre 40 anni fa – per poter continuare a lavorare con Chögyal Namkhai Norbu a un libro sui suoi insegnamenti – affittai una stanza in una vecchia villa sulla spiaggia di Formia, non lontano dall’appartamento privato della famiglia Namkhai dove avevo vissuto in precedenza per sei mesi, dormendo sul divano del soggiorno mentre iniziavo a lavorare al libro che, una volta pubblicato, sarebbe diventato «Il cristallo e la via della luce: Sutra, Tantra e Dzogchen».

Quest’estate, mentre rovistavo tra le scatole di vecchie foto a casa mia in Toscana, mi è tornato in mente come, mentre vivevo ancora nell’appartamento della famiglia Namkhai, Rinpoche un giorno aveva deciso che avremmo fatto una pausa dal lavoro sui libri per scendere invece nella cantina nel seminterrato del condominio a recuperare le scatole di vecchie foto che erano conservate lì e che Rinpoche aveva notato in precedenza essere – a causa dell’umidità del seminterrato – già ricoperte da un leggero strato di muffa.

Quel pomeriggio, dopo aver portato le scatole con le vecchie foto di Rinpoche dalla cantina nel soggiorno dell’appartamento di famiglia e aver iniziato ad aprirle, mi sedetti con lui al tavolo da pranzo mentre, con pezzi di panno morbido e asciutto, pulivamo con cura ciascuna delle foto e le dividevamo in pile per categorie diverse, preparandole in modo che potessero essere riposte in un luogo meno umido.

Mentre eravamo seduti al tavolo a pulire le foto, ho potuto, ovviamente, guardarle e, vedendo la mia curiosità per le immagini di lui da giovane in Tibet e con giacca e cravatta, i capelli ben pettinati all’indietro dopo il suo arrivo in Europa, ha iniziato a raccontarmi della sua giovinezza e di come era arrivato in Italia.

Non potei fare a meno di rimanere profondamente commosso dal racconto di come fosse arrivato in Italia da giovane tibetano, quasi senza bagagli, senza parlare italiano e con pochissimo inglese, senza conoscere quasi nessuno nel suo nuovo paese, ma portando nella mente una profonda conoscenza della cultura e delle tradizioni spirituali della sua terra natale.

Immergersi completamente, con la mia immaginazione – mentre ero seduto nell’appartamento della famiglia di Rinpoche in Italia, e più tardi nella vecchia villa sulla spiaggia a Formia – nelle meravigliose storie che mi raccontava di yogi, yak e yeti era più che un po’ surreale, così come lo era la storia di ciò che era accaduto quando aveva dovuto lasciare il Tibet.

E da tutto ciò che mi ha raccontato, mi sono fatto un’idea più chiara di quanto fosse stata traumatica per lui la partenza dalla sua terra natale – e dalla sua famiglia che era rimasta lì. Nei mesi in cui ho vissuto nell’appartamento con lui e la sua famiglia, mi ha spesso chiesto del mio lavoro in Inghilterra come poeta e cantautore e, a sua volta, mi ha raccontato della musica che ascoltava quando era appena arrivato in Italia.

Mentre guardavamo e pulivamo le vecchie foto nel suo seminterrato e lui mi raccontava ciò che aveva vissuto quando era arrivato per la prima volta in Italia, mi sono ricordato che, quando mi aveva cantato alcuni versi delle canzoni popolari che ascoltava a quei tempi, aveva cantato due volte, con grande pathos, queste parole: «C’era un re, senza regno…», che sembravano provenire da una delle sue canzoni preferite.

La canzone da cui proveniva quel verso, mi disse, era «Il Re Dei Pagliacci» di Neil Sedaka, «The King Of The Clowns», e il verso che aveva sottolineato quando mi aveva cantato alcuni brani della canzone significa «c’era un re, senza regno». Fu solo quando mi ritrovai seduto con lui al tavolo nel salotto di casa, mentre mi raccontava le storie dietro alle vecchie foto che avevamo recuperato dalla cantina, che capii perché proprio quella frase potesse avere un significato così profondo per lui, quando venni a sapere da lui che da bambino era stato riconosciuto come la reincarnazione del Chögyal – o Re del Dharma – ma di aver poi dovuto lasciare le terre in cui tale titolo aveva un significato, per recarsi in un paese lontano dove nessuno sapeva chi fosse né nulla delle sue origini.

In molti modi, a causa di circostanze sociali e politiche del tutto al di fuori del suo controllo, era diventato lui stesso un «re senza regno», sebbene, nel suo caso, il ruolo per il quale era stato riconosciuto e addestrato, e che aveva successivamente perso, fosse più quello di un monarca spirituale che di uno temporale.

Negli anni successivi della sua vita, naturalmente, come sapranno coloro che conoscono Chögyal Namkhai Norbu e i suoi insegnamenti, passo dopo passo, un po’ alla volta, man mano che iniziava a insegnare e gli allievi si radunavano attorno a lui in tutto il mondo, e mentre fondava centri di Dharma e istituzioni per la conservazione della cultura tibetana e degli insegnamenti spirituali, superando innumerevoli ostacoli di ogni genere, egli stabilì in tutto il mondo un regno del Dharma che è sotto ogni aspetto degno della sua eredità e del titolo di “Chögyal” che gli era stato conferito alla nascita.

Se le vecchie foto che ho ripulito insieme a Rinpoche nell’appartamento di famiglia quel giorno mi hanno mostrato come avesse perso tutto quando dovette lasciare il suo paese natale, seguirlo negli anni successivi della sua vita mi ha fatto capire come non avesse permesso a quella tragica battuta d’arresto di definire la sua vita, ma avesse preso la «mano perdente» che le circostanze gli avevano distribuito e, grazie alla compassione, al coraggio e alla determinazione, l’aveva trasformata in una “mano vincente”, in particolare per le molte migliaia di persone che ha aiutato in tanti modi attraverso le sue attività.

Vale la pena ricordare come Rinpoche, pur partendo dal nulla, sia stato comunque in grado di costruire la Comunità di praticanti spirituali che oggi prospera in tutto il mondo, formando egli stesso occidentali alla traduzione di testi dal tibetano e insegnanti di yoga per garantire che lo Yantra Yoga tibetano rimanga una forza viva per il bene nel mondo, e fondando così tante istituzioni a beneficio degli esseri.

Verso la fine della sua vita, l’impatto delle sue attività fu tale che gli fu conferito dal Presidente della Repubblica Italiana, il paese di adozione di Rinpoche, il più alto riconoscimento che possa essere attribuito a un privato cittadino italiano.

Quest’estate, mentre sfogliavo le raccolte di foto della mia vita qui a casa mia vicino a Merigar, alla ricerca di immagini della vecchia villa a Formia dove avevo affittato una stanza per poter continuare a lavorare con Rinpoche al libro che è poi diventato «Il cristallo e la via della luce», si è verificato un flusso continuo di notizie scoraggianti sullo stato del mondo, con tanti dei problemi globali – siano essi sociali, ecologici, politici, tecnologici o economici – che sembrano peggiorare sempre di più; e di fronte a così tante minacce pressanti è facile cadere nella disperazione e cominciare a sentirsi impotenti e senza speranza.

Guardando all’esempio della vita di Rinpoche e ricordando tutti gli ostacoli alle sue attività che ha incontrato nel corso degli anni, ci si potrebbe chiedere come sia riuscito a non cedere alla disperazione.

Ognuno di noi – ciascuno dei suoi allievi – ha la propria esperienza di interazione con lui e i propri ricordi di lui. Siamo tutti diversi e abbiamo tutti background e bisogni diversi.

Posso parlare solo per me stesso e sulla base della mia esperienza personale. Ricordo che una volta confessai a Rinpoche che stavo attraversando un periodo particolarmente difficile a causa di un problema nella mia vita che non riuscivo proprio a gestire.

Entrai nei dettagli del problema, sperando che la ricchezza di particolari che stavo raccontando a Rinpoche gli permettesse di capire quanto fosse difficile per me risolverlo.

Ignorando tutti i dettagli, andò dritto al nocciolo della questione e mi diede un consiglio che considero essere ciò che in inglese chiamiamo una “chiave universale” – una chiave in grado di aprire qualsiasi serratura.

Mi disse: «Non dare tanta importanza alle cose, John, ti prego. È tutto irreale. Irreale…!!» «Non attribuire tanta importanza alle cose, John, ti prego. È tutto irreale. Irreale…!!»

Il modo in cui disse con tanta intensità «Ti prego» fu per me uno shock in quel momento, poiché era chiaro che sembrava davvero mosso dalla compassione per la sofferenza che stavo attraversando, dovuta – al di là di tutti i dettagli in cui ero così impantanato – all’errore fondamentale del modo in cui percepivo erroneamente la realtà.

Siamo così condizionati a credere nella solidità del mondo e nel nostro posto al suo interno che, anche dopo aver ricevuto insegnamenti e trasmissioni il cui scopo è rivelarci che «nulla è proprio come sembra, ma tutto è semplicemente come è», possiamo ancora rimanere intrappolati nei nostri contorti processi mentali ed emotivi a tal punto da perdere completamente la strada e smarrirci in un labirinto di pensieri e sentimenti confusi.

Prendendo a cuore l’esempio della vita e dell’opera di Rinpoche – di fronte al flusso inarrestabile di cattive notizie che minacciano il mondo e con cui siamo costantemente confrontati dalla vasta gamma di media che ci circonda – si può ricordare che, dal punto di vista degli insegnamenti dello Dzogchen, ciò che ci appare come la manifestazione dei fenomeni apparenti non è fondamentalmente reale.

Sebbene non sia un’illusione nel senso che non esista affatto, la sua esistenza è provvisoria e impermanente, relativa piuttosto che assoluta. Questa comprensione della fondamentale irrealtà dei fenomeni non fa scomparire ciò che viene percepito come «il problema», ma rende più gestibile affrontarlo.

Se si comprende che ciò che si percepisce è la manifestazione vuota della propria energia, si può affrontare con leggerezza qualsiasi cosa sorga, e anche le circostanze difficili possono diventare più facili da gestire.

Al di là delle tecniche di pratica, al di là delle strategie, l’essenza di ciò che Rinpoche mi ha insegnato riguarda il «lasciar andare al momento stesso in cui sorge», abbandonando qualsiasi pensiero, emozione o situazione che si presenti, non appena si presenta, senza sforzo né lotta, e riposando nella propria condizione naturale, qualunque cosa accada.

Lo Dzogchen è anche indicato come «Lo Stato Non Corretto», e si dice che si debba lasciare qualsiasi cosa sorga «così com’è», poiché tutto ciò che sorge è «kuntuzanpo», «perfetto così com’è».

Ci si potrebbe chiedere come sia possibile lasciarlo «così com’è» quando ci si trova di fronte a una catastrofe su scala planetaria, come sta accadendo attualmente. Ma si può lavorare solo con ciò che si ha davanti, una cosa alla volta.

Si può pensare a livello globale, ma si può agire solo a livello locale, come recita il proverbio.

E l’esempio della vita di Rinpoche dimostra che è possibile – rimanendo presenti e senza lasciarsi distrarre, considerando tutto ciò che emerge come il gioco della propria energia primordiale e affrontando le circostanze una alla volta nel momento presente – realizzare grandi cose a tutti i livelli, anche di fronte a grandi ostacoli.

Questo è ciò che ho osservato mentre lavoravo con Rinpoche nel suo appartamento di famiglia a Formia e nella vecchia villa sulla spiaggia lì vicino, molto prima che venissero pubblicati libri sugli insegnamenti di Rinpoche e prima che venissero fondati i centri della comunità Dzogchen.

Spero che questo resoconto incompleto e inadeguato della mia esperienza a Formia di tanti anni fa possa interessarvi oggi e magari esservi utile nella vostra vita attuale, così come i ricordi del tempo trascorso con Rinpoche lo sono certamente ancora per me.

Come scrisse il grande romanziere americano William Faulkner: «Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato». Rinpoche è più che mai vivo nella mia vita, così come lo è nel flusso mentale di tutti i suoi allievi che custodiscono i suoi insegnamenti.

Vi auguro tutto il meglio…!! State bene e vivete a lungo…!!

Potete trovare altri lavori di John sulla sua pubblicazione Substack https://johnshanewayofthepoet.substack.com, dove potete aggiungere commenti agli articoli o scrivere a John.

Quando sono tornato in Italia dopo aver viaggiato negli Stati Uniti con Chögyal Namkhai Norbu durante il suo tour estivo di ritiri in quel Paese, avevo bisogno di trovare un posto dove vivere mentre lavoravo con lui al libro che sarebbe poi diventato “Il cristallo e la via della luce: Sutra, Tantra e Dzogchen”, e, dopo aver cercato ovunque a Formia un appartamento da affittare per un breve periodo senza trovarne uno, incontrai altri allievi di Rinpoche che vivevano in appartamenti all’interno di una grande villa antica in riva al mare, visibile sulla destra di questa cartolina di Formia in estate.

Quando arrivai alla villa, l’estate era finita, e sia la villa stessa che la spiaggia apparivano piuttosto diverse da come si vedono nella cartolina, senza tutti gli ombrelloni e le sdraio.

La spiaggia ai piedi della villa era deserta in quel periodo dell’anno.

Entrando per la prima volta attraverso la porta in penombra che dalla spiaggia conduceva all’interno della villa, mi chiesi cosa avrei trovato lì dentro.

Mentre salivo i gradini che dalla spiaggia conducevano ai giardini della villa, mi sembrava di entrare in una dimensione parallela fatta di ombre e luci. Avevo la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di meraviglia e mistero e, in effetti – in un modo che non mi aspettavo – si rivelò proprio così.

Ho vagato lungo i sentieri del giardino interno della villa, alla ricerca dei due appartamenti che sapevo fossero affittati dagli allievi di Rinpoche. Sapevo che il dottor Kennard Lipman, che aveva conseguito un dottorato in Studi Tibetani in Canada sotto la guida del rinomato tibetologo dottor Herbert Gunther, viveva in uno degli appartamenti con sua moglie Huisun. Kennard stava inoltre lavorando a un progetto editoriale con Chögyal Namkhai Norbu, traducendo un testo di Manjushrimitra che fu poi pubblicato con il titolo “Primordial Experience”.

Sapevo che una giovane allieva norvegese di Rinpoche, Wilvin Pedersen, viveva in un altro appartamento della villa con il suo figlioletto Marius, che andava a scuola, e volevo vedere se riuscivo a trovare anch’io un appartamento lì, ma si scoprì che non c’erano più appartamenti disponibili in affitto, e mi chiesi cosa avrei fatto.

Poi, nel giardino della villa, incontrai un uomo che disse di chiamarsi Sandy, o, se preferivo, Sandro, il quale mi disse che aveva un appartamento nella villa dove viveva con il suo cane, J.R., e mi propose di affittarmi una stanza nel suo appartamento; non avendo trovato altre alternative, accettai immediatamente la sua offerta.

Mi trasferii e rendi la stanza il più confortevole possibile, ma ben presto mi resi conto che c’erano dei problemi. Sandy, o Sandro, era un cittadino americano di origini italiane, e scoprii che era stato un marine statunitense, era un veterano della guerra del Vietnam ed era ancora legato alla vicina base navale statunitense di Gaeta, proprio dall’altra parte della baia rispetto a Formia. A poco a poco venni a sapere da Sandy che aveva sofferto di disturbo da stress post-traumatico dopo il servizio in Vietnam e ben presto divenne evidente che fosse un alcolista cronico. Sandy usciva a bere e tornava a casa a tutte le ore, urlando al suo cane, J.R., non appena entrava nell’appartamento frasi del tipo: «J.R., sei un uomo o un topo…??!!». Mi svegliavo nel cuore della notte al rumore del ritorno di Sandy, chiedendomi cosa diavolo stesse succedendo.

Sandy andava in giro con la sua auto sportiva con la capote abbassata, lasciando J.R. nell’appartamento tutto il giorno, e quando tornavo a dormire dopo aver lavorato con Rinpoche nella sua casa di famiglia lì vicino, spesso trovavo quel povero J.R. che aveva fatto i suoi bisogni nel corridoio. Quando Sandy tornava a casa più tardi, lo sentivo di nuovo urlare «J.R., sei un uomo o un topo…??!!», scoprendo di aver calpestato ancora una volta la cacca. Nella foto qui sopra, potete vedere un altro degli allievi di lunga data di Rinpoche, Michel Bricaire, che era in visita alla villa, in compagnia di Sandy al suo fianco che mi salutava con la mano dalla spiaggia sottostante, mentre io mi trovavo nel giardino del cortile della villa a scattare la foto, con J.R. che si aggirava sulla sabbia dietro di loro.

Il figlio di Wilvin, Marius, frequentava una scuola locale a Formia e, un giorno, aprimmo la porta dell’appartamento di Wilvin trovando fuori un gruppo di suore indignate vestite di nero insieme a un Marius completamente bagnato. A quanto pare, mentre quel giorno si recava da solo a scuola, che era nelle vicinanze, Marius aveva deciso di prendere la strada della spiaggia e, come ci raccontarono le suore eccitate, aveva deciso di tuffarsi in mare completamente vestito, con lo zaino contenente tutti i suoi libri di scuola.

Quando Rinpoche veniva a lavorare al libro nella villa, di solito indossava il piumino color ruggine che portava anche d’estate per stare al caldo, poiché diceva che, secondo la medicina tibetana, nel suo corpo mancava il calore. Gli piaceva scrivere e, in quei tempi in cui non tutti avevano un computer, si sedeva al tavolo nel cortile della villa con le sue penne e scriveva su qualsiasi foglio gli capitasse a tiro.

Una mattina, quando venne a lavorare alla villa all’ora di colazione, scrisse una poesia sul tovagliolo che gli avevamo dato, e poi posò per una fotografia, formando misteriosamente dei mudra con le posate. Quando Sandy si svegliò tardi quella mattina, uscì dal suo appartamento e trovò Rinpoche seduto lì sulla terrazza. Rinpoche scomparve immediatamente in cucina per qualche minuto, per poi tornare sulla terrazza con in mano due grandi bicchieri colmi fino all’orlo di whisky. Ne posò uno davanti a Rinpoche e poi, dicendo «Salute!!», o «Cin cin!!» in inglese, cominciò a bere dall’altro bicchiere. Rinpoche aveva già incontrato Sandy in precedenza, ma non gli aveva mai rivolto la parola; così, senza dire nulla, si alzò, si tolse il piumino e la camicia, prese il bicchiere di whisky, se lo versò sulle mani e cominciò a usare il liquido ambrato per massaggiarsi la parte superiore del corpo. Quando ebbe svuotato il bicchiere in questo modo, si rimise la camicia e il piumino, si sedette e riprese a scrivere, come stava facendo prima, sempre senza dire una parola a Sandy.

Sorpreso da ciò che aveva visto fare a Rinpoche, Sandy se ne andò a fumarsi una sigaretta di nascosto dietro le piante dall’altra parte del cortile, cercando di capire cosa fosse appena successo. Non c’era dubbio che quella sorprendente interazione con Rinpoche avesse fatto riflettere Sandro sul modo in cui stava vivendo, e lui cominciò a desiderare di cambiare il proprio comportamento autodistruttivo.

Proprio come Rinpoche, mi piaceva scrivere, e anch’io mi sedevo nel cortile della villa con penne e carta a lavorare al libro che sarebbe diventato “Il cristallo e la via della luce”.

Man mano che approfondivo gli insegnamenti lavorando con Rinpoche e seguendo il suo esempio di considerare la vita quotidiana come un sogno, arrivai a vedere qualsiasi cosa accadesse alla villa come una magica manifestazione di fenomeni apparenti, e tutto – persino gli ostacoli che affrontavo nelle mie condizioni di vita e nel mio lavoro lì – divenne più facile da gestire.

Durante tutto il periodo in cui ho vissuto a Formia, sia che soggiornassi nell’appartamento della famiglia Namkhai sia nella villa sulla spiaggia, oltre a spiegarmi gli insegnamenti del buddismo tibetano, Rinpoche mi raccontava storie della sua vita in Tibet; mentre vivevo nella villa, gli proposi un altro progetto editoriale, un libro sulle sue storie, e lui si mostrò entusiasta dell’idea, così realizzai una bozza della copertina per mostrargliela.

Un dipinto del maestro e artista tibetano Dugu Choegyal Rinpoche raffigurante la campagna tibetana nella regione in cui è cresciuto. (Collezione: John Shane)

Dettaglio del dipinto di Dugu Choegyal Rinpoche che mostra degli yogi intenti a praticare sul fianco della montagna mentre un leopardo delle nevi si aggira sul pendio. (Collezione: John Shane)

Dettaglio del dipinto di Dugu Choegyal Rinpoche raffigurante un accampamento nomade in Tibet con le tende e gli yak. Anche Chogyal Namkhai Norbu era nato e cresciuto in una zona del Tibet famosa per i suoi nomadi e molte delle storie che ci raccontava mentre vivevo nell’appartamento della sua famiglia o nella villa sulla spiaggia riguardavano eventi accaduti durante il periodo in cui aveva vissuto tra i nomadi. (Collezione: John Shane)

Quel particolare progetto editoriale non si è mai concretizzato, ma quando *The Crystal And The Way Of Light* fu finalmente pubblicato nel 1986, il fatto che includesse molte delle storie che Rinpoche raccontava nella villa di *Yogis, Yaks, and Yetis* e della sua vita in Tibet contribuì a renderlo un grande successo, ed è stato ora tradotto in oltre 30 lingue.

Dettaglio di un dipinto di Dugu Choegyal Rinpoche che raffigura nomadi tibetani in viaggio a cavallo, accompagnati dai loro yak, con il cane che li segue. (Collezione: John Shane)

Auguro a tutti voi – ovunque vi troviate – tanti “Tashi Delek” e buona fortuna per il vostro viaggio…!!

[Foto dei dipinti di Dugu Choegyal Rinpoche di Paolo Fassoli. Tutte le foto sono protette da copyright di John Shane.]

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